"Il patriottismo è l'ultimo rifugio dei mascalzoni"
Samuel Johnson


sabato 18 aprile 2015

PERCHE' LA TURCHIA NEGA IL MASSACRO CHE ISPIRO' PERFINO HITLER?

Nell’imminenza del settantesimo anniversario della liberazione dal nazi-fascismo il 25 aprile prossimo, festa che da sempre anziché unire il popolo italiano, lo divide tra coloro che hanno sempre avocato a sé questa importante ricorrenza, carica del sentimento di rinascita civile e sociale, in maniera pretestuosa, egoistica e arrogante, e coloro che forzatamente ne sono esclusi in quanto ritenuti estranei e persino ostili a tali valori; un’altra importante ricorrenza riguarda un evento di portata storica rilevante e ne siamo divenuti consapevoli in questi giorni.
Il 24 aprile ricorre il centenario di quello che per il popolo armeno è il Medz Yeghern, il “Grande Male”, il genocidio che venne perpetrato ai loro danni dal 1915 al 1918 in coincidenza della discesa in campo nella I Guerra Mondiale dell’Impero Ottomano guidato dai Triumviri Mehemet Talaat, Ismail Enver e Ahmed Djemal, esponenti di spicco del partito Ittihad ve Terakki (Unione e Progresso) nato dall’emergere di una nuova classe politica in seno al movimento dei Giovani Turchi.
Il termine “genocidio” all’epoca in cui accaddero i fatti era sconosciuto, infatti fu coniato per la prima volta dal giurista polacco di origini ebraiche Raphael Lemkin nel suo libro Axis Rule in Occupied Europe (“Il Governo dell’Asse nell’Europa occupata”) pubblicato nel 1944 negli Stati Uniti, e proprio le vicende che interessarono il popolo armeno fornirono lo stimolo al lavoro giuridico di Lemkin, in quanto “atterrito dalla frequenza del male, dalle grandi perdite in vita e cultura,…e soprattutto per l’impunità freddamente accordata al colpevole”.
Lemkin lo definì in questo modo: “Per genocidio intendiamo la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico…In senso generale, genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione, se non quando esso è realizzato mediante lo sterminio di tutti i membri di una nazione. Esso intende piuttosto designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali, per annientare questi gruppi stessi. Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali, e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite individuali che appartengono a tali gruppi. Il genocidio è diretto contro il gruppo nazionale in quanto entità, e le azioni che esso provoca sono condotte contro individui, non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale”.
Per capire a pieno il significato del termine genocidio, bisogna tenere in debito conto l’intenzione dell’aggressore, infatti diversamente da altre esecrabili e gravissime forme di sterminio, nel genocidio il massacro è un fine e non un mezzo, la logica sottesa è che il nemico viene demonizzato e aggredito per quello che è, stigmatizzandolo come “altro da sé” su base ideologica.
Il lavoro di Lemkin troverà compiutezza con la Risoluzione n.96 dell’11 dicembre 1946 da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ma, siccome all’URSS non piaceva il riferimento a “gruppi politici”, si pervenne a una enunciazione di compromesso con l’adozione della “Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio” del 9 dicembre 1948, in vigore dal 12 gennaio 1951.
Ciò premesso per inquadrare storicamente e giuridicamente il reato del quale stanno per macchiarsi tutti coloro, èlite politica e a cascata tutti gli esecutori, che parteciparono a ideare e realizzare il genocidio del popolo armeno.
L’Armenia, chiamata anche Hayastan, è una regione in cui tracce di vita neolitica sono testimoniate da documenti storici già verso il 3000 a.C., da sempre territorio di fondamentale importanza per il controllo delle vie di comunicazione tra Oriente e Occidente, nel corso dei secoli questa terra è stata sottoposta al controllo di grandi Imperi e importanti civiltà, dai Persiani ai Greci, dai Romani agli Arabi, ma nonostante ciò gli armeni riuscirono sia a sopravvivere come popolo che come cultura. I passaggi forse più importanti per l’identità del popolo armeno furono due, il primo riguarda la conversione al cristianesimo all’inizio del IV sec. d.C., potendo così vantare di essere la prima nazione cristiana dell’intera storia umana, ciò avvenne sotto il regno di Tiridate III per opera di San Gregorio Illuminatore; mentre il secondo riguarda l’elaborazione dell’alfabeto armeno nel 405 d.C. per opera di Mesrop Mashtots.
Dal XVI sec. d.C. l’Armenia storica venne divisa in due, la parte occidentale entrò a far parte dell’Impero Ottomano, mentre la parte orientale rimase sotto l’egida del dominio persiano.
La storiografia mondiale riconosce ormai senza dubbi che i massacri che interessarono il popolo armeno si svolsero sempre in Turchia, ma in due momenti storici differenti: il primo tra il 1894 e il 1896 condotto dal sultano ottomano Abdul-Hamid II, mentre il secondo, il più tragico, tra il 1915 e il 1918, con la deportazione ed eliminazione di armeni compiuta dal governo dei Giovani Turchi. A questi eventi, va aggiunto un ulteriore triste prologo dello sterminio armeno, quello tra il 1920 e il 1922 ad opera di Mustafa Kemal, detto Ataturk.
Nel proposito di “occidentalizzare” l’Impero Ottomano da parte dei Giovani Turchi avevano riposto le loro speranze anche la comunità armena, tuttavia questa speranza risulterà vana, anzi di più ancora, beffarda, se si pensa che già in un Congresso segreto dei Giovani Turchi tenutosi a Salonicco nel 1911 venne deciso di sopprimere totalmente gli armeni residenti in Turchia.
E quando l’Impero Ottomano partecipò alla I Guerra Mondiale, il 29 ottobre 1914, schiarendosi al fianco degli Imperi Centrali, la comunità armena, all’oscuro di quanto tramavano nei loro confronti i Giovani Turchi, fece arruolare i suoi componenti per assolvere ai loro doveri di fedeli sudditi e soldati dell’Impero Ottomano.
Ma quando sul confine tra Turchia e Russia, la Terza Armata turca venne sbaragliata nel gennaio del 1915 a Sarikamish dalle forze armate russe, ciò fornì il pretesto per mettere in moto il progetto genocida.
Per perpetrare il loro disegno criminale i turchi avevano scarcerato i criminali recidivi più duri e pericolosi denominati tchété, ossia irregolari, in quanto facenti parte di squadre adibite ai lavori più sporchi, e trasformati in agenti del governo, membri del Teskilati Mahsusa, l’Organizzazione Speciale incaricata dei massacri.
L’orrore iniziò la notte del 24 aprile 1915 a Costantinopoli, dove nel corso di una gigantesca retata centinaia di esponenti dell’élite armena vennero arrestati e incarcerati; alcuni furono immediatamente uccisi, altri vennero avviati verso l’Anatolia dove furono massacrati. Lo sterminio proseguì con la soppressione della comunità armena di Costantinopoli: tra il 24 e il 25 aprile 1915 migliaia di giovani armeni della provincia, venuti a Costantinopoli per lavorare come giornalieri, furono arrestati, deportati verso l’Anatolia e infine assassinati. Nel giro di poche settimane decine di migliaia di armeni vennero imprigionati e sottoposti a spaventose e documentate torture, in particolare contro i sacerdoti ai quali vennero strappati gli occhi, le unghie e i denti con punteruoli roventi e tenaglie.
Quando l’esercito turco occupava un villaggio armeno, ordinava agli abitanti di abbandonare, così com’erano, le case e di radunarsi fuori. La popolazione, terrorizzata, impotente, accerchiata da soldati armati, era obbligata a lasciare il villaggio e a cominciare il suo lungo e infernale viaggio forzato verso la morte. Mentre, affamati e bastonati, si trascinavano sulle vie dell’Anatolia, venivano aggrediti dalle bande di tchété che davano man forte all’esercito, completando il saccheggio e lasciando le loro vittime praticamente denudate.
Si hanno testimonianze che nella regione siriana di Deir el-Zor vennero creati campi di raccolta e di sterminio, dove in recinti rigurgitanti di vecchi, donne e bambini, scoppiarono terribili epidemie di tifo e vaiolo; e proprio il governatore di questa regione, Salih Zeki, ogni mattina era solito cavalcare nei campi tra i profughi, sollevare un bambino, farlo roteare in aria e scagliarlo contro le rocce. E ancora, sempre lo stesso, rinchiuse cinquecento armeni all’interno di una stretta palizzata, costruita su di una piana desertica, e li fece morire di fame e di sete.
Testimonianze di questi crimini si hanno anche grazie al coraggio nel denunciare e non tacere da parte di diversi diplomatici che si attivarono anche per salvare la popolazione armena, si segnalano tra gli altri l’ambasciatore tedesco conte von Wolff-Metternich, il console italiano Giacomo Gorrini e l’ambasciatore americano Henry Morgenthau.
Secondo lo scrittore e storico tedesco Johannes Lepsius, autore del libro Deutschland und Armenien 1914-1918, il numero totale dell’intera tragedia armena oscilla tra un milione duecentomila e un milione duecentocinquantamila vittime; in pratica i due terzi della popolazione armena residente nell’Impero Ottomano fu soppressa e regioni per millenni abitate da armeni non videro più in futuro nemmeno uno di loro.
Se mai qualcuno leggendo questo articolo sia arrivato al termine chiedendosi se abbia senso a cento anni di distanza ricordare e riflettere su questi tragici fatti, ricordiamo le parole di un altro esemplare di brutalità, Adolf Hitler, il quale, in un discorso del 22 agosto 1939 nell’imminenza dell’invasione della Polonia, così spronava gli ufficiali dello Stato Maggiore a compiere gli orrori poi perpetrati dai soldati tedeschi nella II Guerra Mondiale: “Andate, uccidete senza pietà. Chi è che ricorda oggi l’annientamento del popolo armeno?”
Conoscenza, ricordo e riflessione sono l’antidoto alla reiterazione delle brutalità.


Roberto Locatelli

Tratto da IL SUSSIDIARIO.NET del 15/04/2015
http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/4/14/GENOCIDIO-ARMENO-Perche-la-Turchia-nega-il-massacro-che-ispiro-perfino-Hitler-/print/599681/

domenica 15 marzo 2015

SALVINI DA ESPELLERE: LO DICE LO STATUTO DELLA LEGA

E’ di questi giorni la querelle tra il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini e quello della Liga Veneta, Tosi, in merito alla composizione delle prossime liste elettorali per le imminenti elezioni nella Regione Veneto. Una disputa che si è giocata mediaticamente frapponendo l’uno all’altro le regole dello Statuto del partito; nella realtà tutta questa contesa nasconde, anche malamente, le reali intenzioni di potere e carriera politica dei due contendenti.
L’ha spuntata Salvini, non tanto perchè avesse più ragioni del suo contendente, quanto perché è il più alto in grado dei due, e alla fine la pletora di dirigenti e “tirapiedi” di medio e alto livello nel partito hanno preso posizione a favore del più forte, di colui che gli può far fare una migliore carriera politica: l’attuale segretario federale della Lega Nord.
Ma più che occuparmi della vicenda che ha interessato i due, voglio soffermarmi sulla figura di Matteo Salvini e sul ruolo politico del partito Lega Nord per l’Indipendenza della Padania.
Sì, perché se poco più di un anno fa il partito era accreditato al 3% a livello nazionale e solo dopo pochi mesi di dirigenza Salvini si è attestato al 6% alle scorse elezioni Europee, ora i sondaggi vedono veleggiare la Lega ben oltre il 15% a livello nazionale e puntare persino al 20%.
Un successo si dirà. Neanche per sogno, anzi, è un fallimento!
Un partito dovrebbe (il condizionale è d’obbligo, vista la degenerazione di questi apparati negli ultimi decenni!) aggregare simpatizzanti, militanti ed elettori attorno a idee economico-sociali e identità socio-culturali, tali poi da caratterizzare in maniera precisa l’azione politica negli apparati amministrativi e burocratici. E se un partito è denominato Lega Nord per l’Indipendenza della Padania dovrebbe esprimere un’azione politica volta a ricercare pervicacemente l’indipendenza della Padania, sganciando una parte dell’attuale territorio italiano per costituire qualcosa di nuovo e di altro rispetto all’Italia.
Tanto più che l’art.1dello Statuto del partito recita che “il Movimento…ha per finalità il conseguimento dell’Indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”.
Ora, alla luce di quanto scritto, come si colloca l’azione politica del leader Matteo Salvini? E’ in linea con l’art. 1 dello Statuto? Direi proprio di no, anzi sarebbe passibile di provvedimento d’espulsione dallo stesso.
Salvini si è da subito elevato a paladino dell’italianità, sostenendo che l’Italia o si salva tutta (dalla crisi economica) o non ci sarà speranza per nessuno, e chiede un ritorno alla lira in barba all’euro. Semplificando, l’attuale leader della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania si batte affinché ci si affratelli in un sol abbraccio Nord, Centro e Sud Italia, facendo a cazzotti con i Paesi della Mitteleuropa…una cosa mai sentita prima in trent’anni di politica leghista!
Nessun partito indipendentista d’Europa cerca di allontanarsi dall’Europa politica per abbracciare il proprio centralismo nazionalista; sbagliano scozzesi, catalani, baschi, bretoni, corsi, fiamminghi, o sbaglia l’attuale leader leghista ad aver trasformato un partito autonomista-indipendentista in un partito di estrema destra nazionalista?!
A essere coerenti con lo Statuto e farlo rispettare, Salvini sarebbe da espellere dal partito medesimo per violazione proprio dell’art. 1, quello più importante, quello che definisce il partito nella sua “ragione sociale” e nella sua essenza politica ma, tranquilli, come nella migliori commedie all’italiana nessuno oserà tanto nel partito.
Nessuno oserà mettere in dubbio l’azione mediatica del “capitano” (sì perché, da tifoso milanista, l’utilizzo della metafora calcistica crea affinità con la base politica e con l’elettorato…dal capo o senatùr, al capitano), la quale, miracolosamente, si sta anche materializzando sottoforma di consenso elettorale “virtuale”, in quanto per ora solo valorizzato numericamente da sondaggi. Ma, attenzione, non ancora concretizzato da un vero e tangibile voto politico; non sono così infrequenti i casi di delusione da urne aperte dopo che i sondaggi davano una certa compagine politica ad altri livelli di preferenze elettorali.
Tuttavia quel che è più importante sottolineare è cosa resta della Lega Nord, qual è il senso della sua esistenza ora che persegue un’azione politica che contrasta con la sua stessa ragione sociale, l’indipendenza della Padania, e in palese e smaccata violazione dell’art.1 del proprio Statuto?
Salvini più che “il capitano” sembra “il liquidatore fallimentare” della Lega Nord per l’indipendenza della Padania, non risultando in nessun intervento pubblico o mass-mediatico alcun riferimento né al concetto di Padania, né di indipendenza, ma neppure di federalismo. In ciò si può proprio dire che sia stato il degno prosecutore di quell’opera di demolizione dell’essenza del partito che ebbe una svolta senza ritorno in Roberto Maroni, quando da segretario Federale della Lega Nord sostituì al concetto identitario etnico-territoriale di Padania, quello di un punto cardinale, con lo slogan “prima il Nord” buono per la vendita di prodotti da supermercato.
Vero è che la crisi della Lega Nord viene da più lontano, dagli innumerevoli fallimenti negli obiettivi prefissati, il primo nel lontano 1996 quando si prefisse la secessione dall’Italia da completare entro l’anno successivo (1997)…ma nulla accadde. Successe invece che nel 2001 ci fu l’alleanza con il nemico giurato di qualche anno prima, Silvio Berlusconi e la sua Forza Italia, con la prospettiva di giungere alla Devolution, una devoluzione di poteri dal centro alla periferia, sullo stampo di quanto si stava facendo in Scozia. Solo che lì l’hanno raggiunta in meno di una legislatura e nel corso degli anni a seguire hanno ottenuto ulteriori traguardi sino a giocarsi una consultazione per l’indipendenza della propria nazione dalla Gran Bretagna lo scorso anno; mentre qui nulla accadde, anzi il centralismo ne uscì rafforzato anche per le inchieste giudiziarie che negli ultimi anni hanno terremotato la quasi totalità dei consigli regionali a causa della loro propensione allo sperpero di denaro pubblico per uso prettamente privatistico.
Alla luce di quanto detto, si può ben concordare nel vedere e definire Matteo Salvini non già “il capitano”, bensì “il liquidatore”, per giunta fallimentare, di un partito che da giuste rivendicazioni e oneste documentazioni in merito alla spoliazione del Nord operata dai partiti politici della Prima Repubblica, è giunto a negare sé stesso per trasformarsi in un partito di estrema destra, nazionalista, disprezzando e annichilendo le identità territoriali nel nome di un’unica identità nazionale, quella italiana. Dalla valorizzazione degli scritti e della storia di Carlo Cattaneo e di Gianfranco Miglio, si è approdati alla fascinazione per la figura del Duce!
Urge fermare l’agonia di questo partito che, al di là di voti e consensi a oggi virtuali perché presenti solo nei sondaggi, ha smarrito irrimediabilmente la sua essenza territoriale e culturale, è un prodotto che il televenditore Salvini sa piazzare bene nelle case degli italiani ma che, una volta aperto, è pieno solo delle sue vuote chiacchiere, senz’anima e senza una visione della società.


Locatelli Roberto

Tratto da IL SUSSIDIARIO.NET del 15/03/2015
http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2015/3/15/IL-CASO-Salvini-da-espellere-lo-dice-lo-Statuto-della-Lega/590350/

sabato 7 marzo 2015

GIORNATA DEI GIUSTI - LA LIBERTA' CAPACE DI SALVARE IL MONDO INTERO

Il 6 marzo è una data che ogni cittadino europeo dovrebbe segnare sul calendario con un pennarello rosso, una data da stampare nella propria memoria, una giornata da vivere con partecipazione civica e orgoglio, sì perché nell’Europa della finanza, della tecnocrazia e delle lobbies affaristico-massoniche costruita negli ultimi due decenni, c’è stato anche spazio per ricordare e valorizzare qualcosa di autenticamente umano, di autenticamente europeo: la Giornata europea dei Giusti.
Tutto ha inizio anni fa, in Italia, quando fu fondata nel 1999 a Milano l’associazione no-profit “Gariwo, la Foresta dei Giusti” (acronimo di Gardens of the Righteous Worldwide) da Gabriele Nissim, Pietro Kuciukian, Ulianova Radice e Anna Maria Samuelli, con lo scopo di accrescere e approfondire la conoscenza e l'interesse verso le figure e le storie dei Giusti con iniziative pubbliche, avvalendosi dell'uso dei mezzi di comunicazione, del sito internet e dei social network, oltre a creare Giardini di Giusti nel mondo.
Anni dopo, nel 2012, fu portato all’attenzione dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa un appello firmato da un centinaio di eminenti personalità della cultura italiane, europee e mondiali sotto l’egida dell’associazione Gariwo, affinché fosse istituita una giornata dedicata alla memoria dei Giusti.
La Dichiarazione Scritta n.3/2012 venne presentata il 16 gennaio 2012 dai deputati Gabriele Albertini, Lena Kolarska-Bobinska, Niccolò Rinaldi, David-Maria Sassoli e definisce così le finalità della Giornata europea dei Giusti:
« Il Parlamento europeo,
– visto l'articolo 123 del suo regolamento,
A. richiamando il grande significato morale del Giardino dei Giusti di Gerusalemme, istituito dal compianto Moshe Bejski per rendere omaggio a coloro che hanno aiutato gli ebrei durante l'Olocausto;
B. ricordando le istituzioni che hanno onorato le persone che hanno salvato vite umane nel corso di tutti i genocidi e omicidi di massa (come ad esempio quelli di cui sono stati vittime armeni, bosniaci, cambogiani e ruandesi) e degli altri crimini contro l'umanità commessi nel ventesimo e ventunesimo secolo;
C. rammentando tutti coloro che hanno salvaguardato la dignità umana durante i periodi totalitari del nazismo e del comunismo;
D. considerando che il ricordo del bene è fondamentale nel processo dell'integrazione europea, perché insegna alle generazioni più giovani che chiunque può decidere di aiutare gli altri esseri umani e di difendere la dignità umana, e che le istituzioni pubbliche hanno il dovere di rimarcare l'esempio rappresentato dalle persone che sono riuscite a proteggere coloro che hanno subito persecuzioni fondate sull'odio;
1. appoggia l'invito rivolto da eminenti cittadini a istituire la Giornata europea in memoria dei Giusti per commemorare, il 6 marzo, coloro che si sono opposti con responsabilità individuale ai crimini contro l'umanità e ai totalitarismi;
2. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente dichiarazione, con l'indicazione dei nomi dei firmatari, all'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, alla Commissione, al Consiglio e ai parlamenti degli Stati membri.»
La Giornata europea dei Giusti fu approvata dal Parlamento europeo il 10 maggio 2012 e venne fissata la giornata del 6 marzo in onore di Moshe Bejski, artefice a Gerusalemme della Commissione dei Giusti per la Shoah di Yad Vashem, come ricorrenza annuale per ricordare quanti si sono impegnati a soccorrere i perseguitati durante i genocidi, a difendere la dignità umana calpestata nei sistemi totalitari, a testimoniare la verità per non dimenticare.
L’esempio dei Giusti diventa così un patrimonio dell’Europa e dell’umanità intera, e ci permette di capire quante e quali risorse morali l’uomo abbia in sé anche nelle situazioni più drammatiche, se solo ascolta il proprio cuore e la propria coscienza: è capace di donarsi totalmente, di sacrificare la propria vita per l’altro da sé gratuitamente, senza cercare visibilità mediatica, né ricompensa economica ma solo un “grazie” dal profondo del cuore della scampata vittima sacrificale.
Il primo Giardino dei Giusti, sorto a Gerusalemme nel 1962 presso il Mausoleo di Yad Vashem, ricorda i Giusti non ebrei che hanno contribuito con opere meritorie a salvare la vita agli ebrei durante la Shoah; Gariwo ha esteso il concetto di Giusto a tutti coloro che si sono opposti con responsabilità individuale ai crimini contro l'umanità e a tutti i totalitarismi.
A tal scopo sono stati creati dei giardini in cui vengono piantumati alberi in omaggio e in ricordo non solo di coloro che hanno aiutato gli ebrei durante l'Olocausto ma anche di chi ha salvato vite umane nel corso di tutti i genocidi e omicidi di massa (come quelli armeno, bosniaco, cambogiano, ruandese), oltre ad altri crimini contro l'umanità commessi nel XX e XXI secolo, ma anche di coloro che hanno salvaguardato la dignità umana durante i regimi totalitari del nazismo e del comunismo.
Oggi, in Italia, esistono diversi Giardini dei Giusti che meritano di essere visitati, il più rinomato è sicuramente quello di Milano, inaugurato il 24 gennaio 2003.
A chi volesse avere più informazioni in merito, consigliamo il sito www.gariwo.net


Locatelli Roberto

Tratto IL SUSSIDIARIO.NET del 6 marzo 2015http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2015/3/6/GIORNATA-DEI-GIUSTI-La-liberta-capace-di-salvare-il-mondo-intero/print/586187/



domenica 8 febbraio 2015

COSI' L'OCCIDENTE SI METTE "IN TRAPPOLA" COI TERRORISTI

Da quando nel 1996 il politologo statunitense Samuel Huntington scrisse The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (pubblicato da Garzanti nel 2000 con in titolo Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale) nella politica italiana ma anche e soprattutto all’interno del cosiddetto “mondo Occidentale” si sono sviluppati aspri dibattiti in merito all’inevitabilità dello scontro tra il mondo arabo-islamico e quello Occidentale.
A incancrenire gli animi sull’argomento, oltre agli immancabili opportunismi politico-elettorali portati avanti da singoli parlamentari piuttosto che da intere formazioni politiche, vi sono una serie di episodi quali i continui flussi migratori provenienti principalmente dalle coste dell’Africa settentrionale verso l’Europa occidentale, con il corollario di inevitabili tensioni socio-economiche in seno alle comunità di approdo. Ma soprattutto s’impone il dramma del terrorismo islamico legato ad Al-Qaida con gli attentati alle Torri Gemelle di New York, alla metropolitana di Londra e alla stazione ferroviaria di Madrid e, cronaca di questi giorni, gli attentati terroristici di Parigi. Per contro non si possono dimenticare le guerre che l’Occidente ha mosso (non dichiarato, ma mosso di sua sponte!) contro i Talebani in Afghanistan e il Raìs Saddam Hussein in Iraq, fino alla nascita dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), l’autoproclamato Califfato Islamico guidato da al-Baghdadi, riconducibile ai territori di Iraq e Siria.
Secondo la vulgata dei rispettivi fondamentalismi, gli Occidentali considerano il mondo arabo come formato da terroristi ed estremisti, mentre gli arabi considerano gli Occidentali come imperialisti e infedeli.
Questo argomento è un terreno molto scivoloso, pertanto è opportuno fissare immediatamente dei paletti etici, morali e valoriali: l’assoluta sacralità della vita umana!  Qualsivoglia forma di violenza verso un altro individuo non può e non deve trovare giustificazioni alcune, siano quelle legate a fattori di presunta legittimazione religiosa, siano quelle legate a pretestuosi motivi “umanitari”. E se in ciò si può facilmente rimandare all’ultima azione terroristica che ha visto come teatro di scena la città di Parigi, non si può non considerare anche quello che accade nelle città e nei villaggi del mondo arabo ad opera del mondo Occidentale.
Perché se è vero che il rischio concreto per il mondo Occidentale sono attentati terroristici portati a segno da parte di singoli fanatici ed estremisti religiosi islamici o da piccole cellule di “combattenti”, è altresì vero che dal Secondo dopoguerra sino ai giorni nostri i governi dei Paesi Occidentali hanno disposto del mondo arabo e delle sue genti a proprio piacimento pur di soddisfare interessi di geopolitica e interessi economici dei propri maggiori gruppi industriali, o di lobbies.
Per decenni si sono sostenuti dittatori, rispettivi clan familiari e gentaglia marcia sino al midollo, solo al fine di poter ottenere commesse industriali o licenze produttive o estrattive, in spregio ai tanto reclamati “diritti umani”. Ma quando questi personaggi sono risultati scomodi o non più così affidabili nel soddisfare gli interessi Occidentali, si è provveduto a rovesciarli intervenendo attivamente nel sobillare le rivolte, finanziandole e persino armando coloro che venivano definiti genericamente “ribelli” dagli indottrinati media occidentali, ma che altri non erano che estremisti islamici. Sì, perché se una cosa sapevano garantire i dittatori del Medioriente, era la loro assoluta e imparziale difesa delle religioni professate nel loro Paese, ad essi interessava l’esercizio del potere, pieno ed esclusivo, non creare uno Stato basato sul fondamentalismo religioso. Ma i Paesi Occidentali, nella loro incorruttibile ipocrisia, agendo secondo il motto “il nemico del mio nemico, è mio amico”, si sono messi a rovesciare regimi e armare “ribelli”, con il risultato di aver fatto del mondo arabo una polveriera pullulante di estremisti religiosi. A ciò si aggiunga che ogni intervento diretto del mondo Occidentale è stato un intervento militare, dall’Afghanista all’Iraq, passando per la Somalia, la Libia e, da ultima, la Siria di Assad, dapprima minacciata d’intervento militare poi, a seguito della creazione del Califfato Islamico, tornata nuovamente amica e alleata affidabile (!)
Dovunque l’Occidente si muova, non esporta democrazia, cultura e speranza, bensì corruzione (tratto tipico della moderna declinazione di “democrazia”), morte e presidi militari.
Sì, perché dobbiamo renderci conto che se troviamo doverosamente aberrante che persone vengano uccise per delle vignette satiriche a sfondo religioso, altrettanto sgomenti dovremmo essere quando con le tasse pagate (o meglio dire…estorte) dai cittadini dei vari Paesi Occidentali, i rispettivi governi ne fanno armi, mezzi blindati, mine anti-uomo, bombe, e il tutto condito con l’insopportabile propaganda retorica dell’intervento umanitario e della diffusione della “democrazia”, nuovo totem ideologico buono per ogni situazione.
I nostri media ci hanno offerto in tutte le salse i video dei tagliagola dell’Isis o l’azione terroristica del commando di Parigi, ma com’è che non abbiamo mai l’immagine dei corpi straziati dalle migliaia, o milioni, di bombe che dal 2001 ad oggi sono state sganciate dalle varie coalizioni occidentali intervenute nei più diversi teatri di guerra del Medioriente?! Com’è che quando si ammettono errori e conseguenti morti di civili a seguito di bombardamenti a tappeto degli Occidentali, non vi sono telecamere sul campo che testimonino l’orrore e il crimine perpetrato?! Perché, dobbiamo capirci, ognuno uccide con le armi che ha a disposizione, con un coltello si sgozza, ma con una bomba si squarciano i corpi!
I governi Occidentali e l’opinione pubblica Occidentale che tanto s’indignano per gli attacchi terroristici sul proprio uscio di casa da parte di invasati religiosi, dovrebbero gli uni capire che non si può predicare di diritti umani e presentarsi in casa altrui con coalizioni militari senza precedenti, gli altri dovrebbero pretendere di non essere presi in giro e avere il coraggio di dire ciò che due secoli fa scrisse nella sua opera “Disobbedienza Civile” l’illustre scrittore americano Henry David Thoreau a proposito delle tasse richieste dal governo americano per muovere guerra al Messico, ossia che accettava di pagare tasse giuste, per strade, scuole, non per farne proiettili con i quali uccidere vite umane per un puro interesse di potere su nuove terre.
Parimenti anche noi cittadini dei Paesi Occidentali, oltre ad essere giustamente rigorosi contro che vuole promuovere morte e violenza sul nostro territorio con azioni terroristiche tra loro scoordinate ma tremendamente efficaci sotto l’aspetto dell’insicurezza psicologica che producono, altrettanto dovremmo esserlo con i nostri governi, che si muovono in casa altrui come i più gretti spacconi malavitosi, pronti a soddisfare la sete di potere e denaro senza rendersi conto di coloro i quali a seconda delle convenienze passano dall’essere amici a nemici, e viceversa.
Quello che ci aspetta in futuro non sarà nulla di buono, il rapporto di forza tra mondo Occidentale e mondo arabo temo possa essere ancora per molti anni a venire un rapporto dove  l’Occidente interviene manu militari nei vari teatri di conflitto in Medio Oriente posizionandosi a seconda delle proprie conveniente, e il mondo arabo che colpirà con atti terroristici: noi sganciamo su di loro “bombe intelligenti”, loro si muoveranno nelle nostre città con commando e kalasnikov.
La volontà dell’Occidente di cristallizzare un mondo a sua immagine e somiglianza, pianificandolo a tavolino, pretendendo che ciò avvenga  non solo con la diplomazia ma anche con l’Intelligence e le azioni militari, ha prodotto come per reazione un male persino peggiore di quello che nelle migliori intenzioni si voleva estirpare.
E in un mondo dove, dopo la minaccia atomica susseguente il Secondo Conflitto Mondiale, le guerre si fanno ma non si dichiarano, né tantomeno si dicono, e dove l’equilibrio tra alcune aree del mondo è sempre lì per traboccare, rimarranno comunque conflitti latenti che da puramente ideologici diverranno armati.
La guerra vera e propria come l’avevamo conosciuta sino alla Seconda Guerra Mondiale, aveva pochi ma fondamentali pregi, era dichiarata, e per il solo fatto di dichiarare guerra a qualcuno, lo si riconosceva in quanto tale, lo si voleva conquistare non eliminare; mentre ora l’altro da sé non è più il caro vecchio “nemico”, bensì “il male”, e che come tale va eliminato, estirpato! Così le guerre si fanno ma non si dicono né si dichiarano, e non hanno più fine, perché colui o coloro che possono rappresentare “il male” variano continuamente a seconda delle situazioni o delle convenienze.

E’ un cane che si morde la coda, e noi cittadini inermi dei due mondi tra loro incomunicanti, siamo tra l’incudine (i governanti) e il martello (i nemici)…anzi, siamo proprio la coda morsicata dal cane!

Roberto Locatelli

Tratto da IL SUSSIDIARIO.NET del 04/02/2015
http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2015/2/4/SPILLO-Cosi-l-Occidente-si-mette-in-trappola-coi-terroristi/575216/

domenica 25 gennaio 2015

IL SELFIE E GLI SBADIGLI DI RENZI SONO DAVVERO IL NUOVO CHE AVANZA?

In  questo clima di paura e tensione che pervade l’Europa a seguito dall’attentato terroristico di Parigi, serviva proprio la presenza distensiva dell’Italia con il suo politico di punta, il Premier Matteo Renzi.
Le classi politiche europee tirano un sospiro di sollievo e possono finalmente tornare a sorridere e a divertirsi dopo gli anni della grigia presenza austera di Mario Monti e di quella dignitosa e “british” di Enrico Letta, si è tornati ai fasti del recente passato, quando l’allora Premier Berlusconi divertiva l’Europa politica con i suoi comportamenti e i suoi atteggiamenti adolescenziali fuori tempo massimo, passando da un “cucù” alla Merkel, alle corna durante una foto di rito con i capi di Stato, dalla reprimenda della Regina Elisabetta per il suo esuberante vociare alla ricerca delle attenzioni di Obama, sino alla telefonata fiume che ha lasciato in attesa per circa mezz’ora Angela Merkel ad un consesso europeo.
E proprio recuperando tale scena così si è comportato il “figlioccio politico” di Berlusconi, quel Matteo Renzi che ha già fatto dimenticare l’illustre nostro vecchio ex-Presidente, inanellando una serie di gaffe e comportamenti puerili che hanno divertito i politici europei, increduli nell’aver trovato, nuovamente in Italia, il giullare di corte.
In occasione della conferenza stampa congiunta del Presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, e del Premier italiano Matteo Renzi all'indomani della chiusura del semestre europeo a guida italiana, il politico tedesco è costretto a subire la commedia all’italiana di Renzi che dapprima lo ha fatto attendere a lungo in quanto impegnato in una non precisata telefonata, poi mentre si recavano, in ritardo, alla conferenza stampa, si è ulteriormente attardato coinvolgendo Schulz a fare un“selfie” con una scolaresca italiana, per poi, in conferenza stampa, atteggiarsi tra sbadigli e messaggini sullo smartphone alle spalle del collega tedesco!
Una disfatta per l’immagine  politica dell’Italia, che all’estero mostra sempre il peggio di sé e di questo all’estero ringraziano perché oltre che a divertirsi, possono continuare a coltivare l’immagine di un Paese abitato da furbastri, saltimbanchi e buffoni, che a seconda dei casi possono essere simpatici o loschi.
Sembra lontana un’era geologica quando all’estero ci rappresentavano Einaudi, De Gasperi, Moro, Pertini e Berlinguer, gente colta, asciutta, dignitosa, ora ci ammaliano i chiacchieroni e coloro che sanno lisciare il pelo degli elettori italiani per il verso giusto, ed ecco che da Berlusconi a Renzi, la continuità è servita, anzi, meglio ancora perché con l’ultima performance l’allievo ha superato il maestro, Renzi sta a Berlusconi, come Giotto a Cimabue. E’ la solita commedia all’italiana.

Roberto Locatelli

Tratto da IL SUSSIDIARIO.NET del 25/01/15
http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2015/1/25/SPILLO-2-Il-selfie-e-gli-sbadigli-di-Renzi-sono-davvero-il-nuovo-che-avanza-/573831/