"Il patriottismo è l'ultimo rifugio dei mascalzoni"
Samuel Johnson


mercoledì 14 gennaio 2015

LACREME NAPULITANE DI FINE DANNO

E così ci siamo lasciati alle spalle anche il 2014, chiuso in bellezza con il consueto discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, nella fattispecie Re Giorgio Napolitano, il quale, fra le varie cose dette, ha comunicato l’imminente decisione di porre termine al suo settennato presidenziale che, solo per lui, si è protratto sino ad una durata di nove anni.
Inoltre, come di consueto anche negli anni passiti, ha sparso fiducia a piene mani per l’anno 2015, attingendo l’ottimismo nel passato Risorgimentale, nel Secondo Dopoguerra e nella consueta retorica patriottarda legata alla cultura e al genio italiano. Che può anche essere vero, ma è difficile trarre positività per il futuro da aspetti pressoché aleatori, dal sapore fideistico, quando la realtà presenta una rudezza, una viltà e un marciume senza precedenti. La solita retorica sparsa per ammansire e addolcire il popolo bue, di più, i sudditi.
Ma non è tutto, infatti il giorno precedente, il 30 dicembre, si è svolta la conferenza stampa di fine anno del Premier Matteo Renzi il quale, da fuoriclasse della “supercazzola”, ha millantato risultati politici inesistenti (crescita? occupazione? fisco? burocrazia? riforme istituzionali? giustizia sociale?) e distribuito ai fedeli il suo verbo, un mix di pubblicità regresso e “New Deal” in salsa toscana, riassumibile nell’assoluto primato delle chiacchiere sulla politica.
L’incontro di questi due personaggi, Napolitano e Renzi, ha fatto del 2014 un anno difficile da dimenticare per l’inarrivabile bassezza della qualità della politica e della democrazia in Italia. L’incontro tra il “monitismo” interventista di Napolitano e l’”annuncite” renziana ha avuto effetti detonanti sul già precario equilibrio delle istituzioni democratiche italiane, con il completo annullamento del Parlamento piegato ai loro voleri e ai loro diktat, e un’informazione politica prona a veicolare tweet e slide come leggi e azioni politiche già fatte, finite e operative.
L’annuncite renziana ha persino partorito il nuovo slogan per il 2015: ritmo! E si spera che con ciò non si faccia riferimento all’utilitaria FIAT degli anni ’70-’80! Và bene risollevare il morale degli italiani pescando nel glorioso passato italico tanto invocato da Napolitano, ma c’è sicuramente di meglio.
Tornando a Giorgio Napolitano, giova ricordare che è in politica dal 1953, che nel 1956 non prese le distanze dall’invasione di Budapest da parte dei carri armati sovietici, che si oppose alla politica della “questione morale” di Berlinguer per non guastare i rapporti col PSI e che, da Presidente della Repubblica dal 2006, rieletto nel 2013 (caso unico nella storia della Repubblica italiana!), non invocò altro che una politica delle grandi intese tra le forze politiche, in spregio a quella dell’alternanza che con il sistema maggioritario gli italiani decisero di volere dopo consultazione referendaria nel periodo post-tangentopoli.
Tante sono le vicende che lo hanno riguardato, la sua ingerenza in merito all’inchiesta sulla “trattativa Stato-Mafia” è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, portando i media a definire il suo ruolo e il suo agire non più quello di Presidente di una Repubblica parlamentare con prerogative ben definite dalla Costituzione, bensì quello di un Re, un monarca investito talvolta di poteri assoluti, tanto da ricercare e decidere coalizioni di governo, composizione del Consiglio dei Ministri, e bacchettare duramente a suon di moniti i suoi ignoranti e immondi detrattori.
Ora che il settennato di nove anni giunge al desìo, rimaniamo smarriti, increduli e angosciati all’idea di non poterci abbeverare alla saggezza e alla sapienza del “monito quotidiano”, e non resta che dolerci di questo tristo destino asciugando le copiose lacrime che ci solcano il viso.
Sono lacrime benedette, sono “lacreme napulitane”, sgorgate spontanee dopo il discorso di fine danno (…non è un errore di battitura!).


Roberto Locatelli

Tratto da "MZ Il Giornale del Ribelle" del 14/01/2014
http://www.giornaledelribelle.com/

martedì 30 dicembre 2014

2014, da Renzi a Genny il "diario" del (fu) Bel Paese

Il 2014 volge al termine, e seppur con la testa alle vacanze natalizie, è importante sfogliare e ricordare cosa è capitato e cosa ha riguardato l’Italia, il “fu Bel Paese”.
Ad inizio 2014 abbiamo la staffetta al ruolo di Premier italiano tra Enrico Letta e Matteo Renzi, un avvicendamento veloce e imprevisto sino a poche settimane prima tra due Presidenti del Consiglio non avallati dalle urne ma da manovre di Palazzo, tuttavia mentre Enrico Letta è da tempo un uomo politico che frequenta il potere centrale ed è un fedelissimo del candidato Premier di centrosinistra Bersani, Renzi ha scalato dapprima il PD poi ambito al ruolo di Premier con metodi e toni ben poco cortesi ed eleganti, il suo hashtag #Enricostaisereno ancora riecheggia in internet come una macchia indelebile nella credibilità della persona prima ancora del politico.
Renzi promette decisionismo, velocità, riforme, in occasione della sua proclamazione ne elenca numerose da votare e rendere operative, con cadenza mensile, sarà il primo atto di quella “annuncite” che non abbandonerà più il Premier in ogni occasione pubblica nella quale dimostra di saper affabulare con l’arte della retorica, essere più veloce di un pianista a twittare su internet, ma essere politicamente più inconcludente di un Luther Blisset sotto-porta.
Nel frattempo mentre il programma “supercazzola” di Renzi (copyright by M. Travaglio) prosegue, il Paese è sconvolto da un susseguirsi di inchieste giudiziarie che ne scoperchiano il diffuso e mai scalfito malaffare che ne compromette sempre più la credibilità sia a livello internazionale, ma soprattutto verso i cittadini italiani onesti che si destreggiano tra tasse e balzelli sempre crescenti, perdita del posto di lavoro, difficoltà ad arrivare a fine mese, in un cortocircuito di rabbia e depressione le cui conseguenze sono ancora tutte da riscontrare nel prossimo futuro.
Il semestre europeo di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea si sta per concludere nel disinteresse generale dei media italiani, ma giova ricordarne l’apertura, con un indimenticato intervento del Premier Renzi che, anziché concentrarsi sui reali problemi strutturali dell’Europa, divaga sui massimi sistemi, tirando in ballo Telemaco, tra l’ironia e la delusione degli intervenuti dal resto d’Europa per ascoltarlo. Ciò spiega perché pochi mesi dopo l’Economist raffigurerà il nostro Premier come un bimbo con il gelato in mano su di una barca (l’Europa) che affonda.
Quando qualcosa di concreto e immediato deve essere fatto, Renzi e i pezzi grossi del calcio italiano e dell’ordine pubblico, battono in ritirata, in occasione della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, scoppiano disordini plurimi nei dintorni dello stadio di Roma, all’interno dello stesso la tensione è alle stelle, i tifosi napoletani capitanati dal loro leader “Genny a’carogna” non permettono lo svolgimento della partita se prima non hanno rassicurazioni in merito alle voci che si rincorrono sulla possibile morte di un tifoso napoletano (il quale, gravemente ferito, purtroppo spirerà tempo dopo). Il capitano del Napoli, alti funzionari delle forze dell’ordine e chissà chi altri, vanno in pellegrinaggio al cospetto di “Genny” per informarlo, ammorbidirlo nei suoi intenti di bloccare il gioco, e rassicurare tramite lui tutta la tifoseria partenopea,  arrabbiata e minacciosa. Nel frattempo Renzi e i capi del calcio italiano, come altre “autorità”, se ne stanno sdraiati sulle loro comode e regali poltrone o a passeggio mani in tasca lungo la tribuna autorità, disinteressati a quanto avveniva ma impazienti che iniziasse la partita per potersi finalmente godere il divertimento dell’ ultima sfida pallonara della stagione.
Sono stati accontentati con un po’ di ritardo grazie all’intercessione di “Genny”, l’unico che non aveva poltrona regale sulla quale sedersi né mani in tasca, è passato per un personaggio cattivo, losco, negativo, ma che dire di quelli in tribuna autorità? Hanno dimostrato la loro autorità? O meglio, hanno dimostrato anche solo di essere uomini? L’ignavia è un peccato tanto quanto la collera e l’ira, ma al di là del ruolo professionale e sociale che si ricopre e del rango nella scala sociale, un uomo, se è tale, gli attributi li deve mostrare nel momento del dovere…non pervenuti!
Dal Mose all’Expo, sino ai recenti fatti dell’inchiesta di “Mafia Capitale”, oramai si ha la certezza che in questo Paese il malaffare è capillare, trasversale tra le forze politiche, incistato proprio nel cuore della politica e del mondo degli affari, e che dell’onesto cittadino non si curano, anzi ne approfittano e se ne fanno beffe.
I nomi implicati in questi scandali sono già noti alla cronaca giudiziaria e alla cronaca nera da decenni, rimandano a un passato mai del tutto terminato che riporta al terrorismo, agli omicidi e alle tangenti, come se il tempo si fosse fermato, come se fosse la disonestà ad avere dignità e considerazione sociale.
Come nel caso della finale di Coppa Italia, anche qui i politici, da destra a sinistra (ma ha ancora senso fare questa distinzione?!) andavano in pellegrinaggio da faccendieri e loschi affaristi plurindagati, plurinquisiti e, talvolta, pluricondannati, per ottenere favori, potere, denaro.
A quanto detto si affiancano i dati macroeconomici del Paese, e non c’è altro da fare che disperarsi, il debito pubblico italiano è stimato dal Fondo Monetario Internazionale quasi al 137% del pil, 5 punti percentuali in più rispetto alle previsioni del governo italiano, e la Banca d’Italia ha comunicato che a ottobre il debito pubblico italiano è tornato a crescere, aumentato a oltre 2.157 miliardi di euro, mentre sale ancora il numero dei disoccupati, infatti a ottobre i senza lavoro, secondo i dati provvisori dell’Istat, sono 3 milioni 410 mila, attestandosi così al 13,2%.
E ancora, per non farci mancare nulla, è di poche settimane fa la pubblicazione del Corruption Perception Index 2014 di Transparency International, che riporta le valutazioni degli osservatori internazionali sul livello di corruzione di 175 paesi del mondo. L’indice 2014 colloca il nostro paese al 69esimo posto della classifica generale, come nel 2013, fanalino di coda dei paesi del G7e ultimo tra i membri dell’Unione Europea. Rispetto al passato l’Italia ferma la sua rovinosa discesa verso il basso della classifica, ma resta maglia nera tra gli Stati occidentali. Anzi peggiora la sua situazione complessiva in Europa, dato che Bulgaria e Grecia la raggiungono al 69esimo posto, migliorando la loro posizione in classifica. Adesso dietro all’Italia, in Ue, non c’è più nessuno.
Nel frattempo vista la drammatica situazione economico-sociale dell’Italia, la società di rating Standard&Poor’s declassa l’Italia a livello “BBB-“, che significa essere un solo livello sopra quello di “junk”, spazzatura, riferito alla credibilità del Paese a livello internazionale. 
E come dare loro torto. Non avevamo certo bisogno delle analisi dei super-analisti di cotanta Agenzia di rating internazionale per renderci conto di come si è sgretolata la credibilità della società italiana non solo agli occhi degli stranieri, ma pure ai nostri di persone oneste. 
Forse un tempo, nel Secondo Dopoguerra lo è stato, ma ora, se questo è un Bel Paese…



Roberto Locatelli


Tratto da IL SUSSIDIARIO.NET del 28/12/2014
http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2014/12/28/SPILLO-2014-da-Renzi-a-Genny-il-diario-del-fu-Bel-Paese/567014/

sabato 6 dicembre 2014

I "TOTEM" CHE HANNO DISTRUTTO L'OCCIDENTE

“Il migliore dei mondi possibile”, così viene incensata quella parte di mondo che viene identificata con il concetto di “Occidente”. Sarà vero? Forse è il caso di chiedersi che civiltà è quella Occidentale, sia per quanto concerne la vita dei singoli individui, sia per quanto concerne la politica estera delle èlite politiche al potere.
La civiltà Occidentale ha le sue fondamenta nel bagaglio storico, filosofico, tecnico, organizzativo e sociale delle due civiltà classiche per antonomasia, quella greca e quella romana, sulle quali poi si è saldata la cultura legata alla religione cristiana che, nelle sue declinazioni e con i suoi meriti e demeriti, ha segnato la storia Occidentale attraverso il Medioevo e l’Umanesimo-Rinascimento, influenzando notevolmente la vita delle popolazioni ivi presenti con conseguente fiorire di attività, studi e applicazioni tecniche che hanno svariato dalla filosofia, alla teologia, dalla medicina, all’insegnamento, dalla politica, all’arte (musica, pittura, scultura) e l’architettura.
Con la Rivoluzione Francese, ha avuto inizio una lenta ma inesorabile erosione del potere temporale della Chiesa, e nel breve volgere di due secoli si è giunti ai giorni nostri, dove il magistero della stessa risulta confinato sempre più dell’alveo della sola dottrina religiosa, portando la società ad un approccio laico scevro da condizionamenti religiosi.
Ma cosa è oggi il mondo Occidentale? Come lo declineremmo? Cosa è rimasto della sua capacità di creare cultura a tutti i livelli dell’ingegno umano?
Oggi quello che si definisce “mondo Occidentale” è perlopiù un mondo dove la cultura e la civiltà non dimorano da tempo; i valori collettivi basilari del vivere civile, quali l’onestà, la lealtà, l’onore, la fedeltà, la sincerità, l’educazione, che caratterizzarono in passato questa parte di mondo, sembrano irrimediabilmente persi sull’altare dei nuovi idoli: potere, ricchezza e status.
L’Occidente si caratterizza solo per tre aspetti, l’economicismo sfrenato, l’idolatria della “democrazia” e la pretesa superiorità verso il resto del mondo, considerandosi “il migliore dei mondi possibile”.
I valori collettivi tradizionali, che identificavano un individuo nella sua comunità di appartenenza e che, per osmosi, caratterizzavano la società tutta, sono stati sostituiti dalla perversa logica del consumismo e dal denaro. Beni, cose, oggetti, meglio se tanti, costosi e di lusso, identificano oggi la persona nella comunità di appartenenza, mentre il denaro è la ragione di vita. L’individuo non viene più considerato tale per i valori che rappresenta e che esprime nell’agire quotidiano, bensì in base al suo essere “consumatore”, se non è utile alla filiera consumo-produzione, è un escluso, una nullità. Si badi bene che ho volutamente inteso scrivere di filiera consumo-produzione, e non come logicamente ci si aspetterebbe produzione-consumo, perché da tempo i maggiori esperti di economia ripetono il mantra che “bisogna stimolare i consumi per far ripartire la produzione”(!), il che, se lo si analizza bene, è un’assurdità, di solito si dovrebbe produrre ciò che serve, pertanto acquistare i prodotti che servono all’individuo, invece la nostra società è così sclerotizzata che chiede alla persone di annullarsi in quanto tali, diventare meri consumatori di ogni qualsivoglia stupidaggine, pur di permettere che la produzione non si fermi.
E’ il terminale-uomo a disposizione delle cose! Non si lavora per vivere, ma si vive per consumare, non contentandosi mai perché sempre nuovi beni vengono prodotti, sempre nuove cose che danno status sociale vengono prodotte, in un vortice senza fine dove si è creato il meccanismo perfetto dell’infelicità, infatti la tensione delle persone è tutta proiettata verso il futuro senza mai assaporare il presente, senza mai potersi sedere per godersi le cose o i beni acquistati e faticosamente sudati, perché nuove necessità incombono, a un ritmo sempre più frenetico. Un mondo che si caratterizza come un enorme supermarket dove la vita scorre tra produrre e spendere, e chi rimane indietro è perduto, un reietto, un emarginato. Le persone non sono più tali in base ai valori che guidano le  loro azioni, bensì in base alla loro capacità di essere dei lavandini, o meglio, dei water, capaci di digerire continuamente beni e cose, cose e beni.
Il concetto di “democrazia” è diventato il totem ideologico delle classi politiche occidentali contemporanee, tanto da muovere pretestuosamente guerre in qualsivoglia parte del mondo con finalità tutt’altro che onorevoli, ma mascherandole con la volontà di esportare la “democrazia”. Termine questo in gran lunga svilito e stuprato nella stragrande maggioranza dei Paesi occidentali in quanto da tempo questi Stati si sono adeguati ad essere oligarchie, e le sfide elettorali null’altro sono se non pseudo-competizioni tra lobbies e gruppi di potere che delle volontà dei cittadini si fanno beffe una volta ottenuto l’agognato voto e la conseguente fetta di potere.
La democrazia è pertanto solo un meccanismo per la gestione del potere politico e sociale, non è, e non potrà mai essere, un valore a sé stante, né identificabile con il concetto di “bene”, da contrapporre al “male” incarnato da Stati che democratici non sono, pena ulteriori perdite di vite umane innocenti sulla coscienza.
Da ultimo, l’ineguagliabile superbia dell’Occidente sul resto del mondo in virtù della superiorità economica, finanziaria,tecnologica, produttiva e militare, tale per cui le élite politiche di questi Paesi si arrogano il diritto di ingerenza negli affari di qualsivoglia Stato del mondo, senza dover chiedere conto a nessuno in quanto le maggiori Organizzazioni Internazionali sono ampiamente sotto il loro controllo (Onu, Nato, Fmi).
In un mondo siffatto, con questi valori fondativi, non stupisce poi il rovescio della medaglia, fatto di una moltitudine di problematiche che interessano i cittadini  nella sfera della salute mentale e comportamentale, tali da divenire vere e proprie emergenze sociali. Depressione, nevrosi, anomia, tossicodipendenza, alcolismo, ludopatia, sono il bubbone marcescente e putrescente in seno al mondo civilizzato Occidentale, e vi rientrano tutti coloro che sono impossibilitati a trasformarsi in individui-lavandini o individui-water per lo scarico continuo dei beni di consumo, oppure perché consci di non trovare l’adeguata collocazione sociale in quello che viene venduto come “il migliore dei mondi possibili”.
Un mondo dove l’avere troppo, annoia, e lo si vede per i giovani e i ricchi, sempre più dediti a trasgressioni e sballi estremi; mentre gli anziani, sempre più soli, tirano avanti tra giochi d’azzardo e sconce trasmissioni d’intrattenimento televisivo, dove si creano artificiosamente quei sentimenti che nella realtà non riescono più a vivere.
Hanno un bel da fare i vari Pontefici che da decenni a questa parte cercano di rimettere l’attenzione dei loro fedeli sui veri valori dell’individuo, oramai si vive in un mondo che ha creato una società dell’avere, del prodotto, dello status, dell’effimero, tesa sempre verso il futuro, senza mai cogliere e godere la vita nel presente, condannando la popolazione alla certezza dell’infelicità, dove l’unico essere umano che interessa è “il consumatore”.
Ma forse c’è un’ultima possibilità, e come le medicine più efficaci, che sanno essere amare e persino dolorose nell’immediato per poi dispiegare i loro effetti benefici nel futuro, il rimedio potrebbe essere una guerra. Sì, una guerra che interessi direttamente sul proprio territorio il mondo Occidentale. Non parlo di atti di terrorismo, guerriglia o cose simili, bensì una guerra vecchio stile, con coinvolgimento diretto e massiccio della popolazione tutta.
Forse troppe generazioni private di questo dramma collettivo non sono un bene per la società, perché ci si impigrisce, si diventa arroganti, avari, egoisti, amorali, si perdono i veri valori dell’esistenza, che per prima cosa sono proprio il senso della vita e il vivere, sostituiti con valori fasulli, artificiosi che hanno portato a incensare comportamenti meschini, villani e arroganti a tutti i livelli del vivere civile, sin nelle altre sfere del potere politico ed economico.
La guerra porta distruzioni materiali e drammi umani, perdere le persone care, registrare per sempre nella propria mente gli orrori della violenza, convivere quotidianamente con la miseria e la morte sono cose che non si vogliono e non si devono augurare a nessuno. Ma come la lava di un vulcano quando passa distrugge tutto quello che incontra per poi, una volta ferma e raffreddata, torna a essere terra fertile per nuova vita, così anche la guerra ha effetti benefici, infatti riduce la vita delle persone all’essenziale, la libera dai mille orpelli mentali e materiali nei quali è stata rinchiusa, privandola della sua linfa vitale, per restituirle la sua vera essenza, che è il godimento quotidiano della vita stessa. Inoltre nella guerra ci si sente tutti parte dell’immensa tragedia collettiva, ci si stringe assieme nelle necessità, si fa comunità, si rinuncia all’egoismo viscerale della società dell’accaparramento continuo, per essere parte di un insieme con lo stesso vissuto, le stesse esigenze, i medesimi sogni di vita e di pace.
Sì, perché un altro senso della guerra è quello di giungere un giorno, che si spera sempre arrivi il prima possibile, alla pace.

Una guerra potrà salvare e redimere l’uomo e la società occidentale?


Roberto Locatelli


Tratto da IL SUSSIDIARIO.NET del 01/12/2014
http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2014/12/1/SPILLO-I-totem-che-hanno-distrutto-l-Occidente/559130/

domenica 23 novembre 2014

IL 10% DI VOTI CON IL "VUOTO" INTORNO

Secondo gli ultimissimi sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani, la Lega Nord sta crescendo vertiginosamente, attestandosi oltre il 10% di consenso elettorale su scala nazionale, il che è sbalorditivo se si pensa che un anno fa quando l’attuale segretario Matteo Salvini venne eletto trovò un partito che a fatica raggiungeva il 3% a livello nazionale, e che alle Elezioni Europee della primavera scorsa si attestò al 6% di consensi su scala nazionale.
Una crescita esponenziale che ha portato i media a identificare Salvini come “l’altro Matteo”, in antitesi all’attuale Premier Renzi, che può invece fregiarsi di essere semplicemente Matteo.
Ma proprio mentre questa crescita esponenziale parrebbe dare ragione alla linea politica e all’approccio mediatico di Salvini, proprio in quest’ultimo anno con la segreteria di Salvini si celebra definitivamente il de profundis della Lega Nord come l’abbiamo conosciuta per quasi trent’anni.
C’era una volta in origine la Lega Lombarda, fondata nella prima metà degli anni Ottanta da Umberto Bossi che, nel breve volgere di pochi anni, si affacciò sulla scena nazionale con una forza dirompente. All’epoca non c’erano internet e i social network, tutte le notizie politiche arrivavano ai cittadini-elettori filtrate da giornali (quotidiani e periodici) e televisioni lottizzate tra i maggiori partiti politici all’epoca sulla scena, quali DC, PCI e PSI. Erano gli anni del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), del “pentapartito”, della spesa pubblica dissennata ma funzionale all’estensione della longa manus che i partiti operavano su pezzi sempre più grossi della società civile con finalità di voto di scambio con la conseguenza di portare il debito pubblico dal 60 al 120% Pil, della “Milano da bere” e delle tangenti che di lì a poco avrebbero terremotato l’intero emiciclo parlamentare.
La Lega Lombarda irruppe sulla scena politica in modo impetuoso, facendo un parallelismo canoro, si potrebbe dire che ebbe lo stesso impeto di Vasco Rossi nella musica italiana, in un mondo canoro dominato dai grandi cantautori schierati politicamente che continuavano a codificare la società esistente con temi legati alla “lotta di classe”, Vasco Rossi portò in musica il “disagio di vivere”, lo sballo e la rabbia della generazione post-sessantottina che si affacciava sulla scena sociale; ecco, la Lega Lombarda fu questo, squassò la classe politica esistente e sparigliò le carte di un mondo politico solo ideologicamente diviso e blaterante di tematiche e difesa degli “interessi di classe”, in realtà ben arroccata a difesa dei propri privilegi, del proprio potere e della propria impunità.
Al concetto ideologico di lotta di classe, contrappose il discrimine sociale, economico e politico legato alla dicotomia geografica Nord-Sud del Paese.
Con la sola forza della militanza che volantinava, affiggeva volantini, faceva gazebo nei mercati e imbrattava i muri con slogan politici semplici e immediati, la Lega mieteva sempre più successo, non offriva all’elettorato una visione del mondo per classi contrapposte, bensì una visione di comunità, collettività, non una lotta politica basata sul censo, sul reddito, sul ruolo sociale, bensì declinato all’appartenenza territoriale, all’humus storico-culturale che un territorio sapeva esprimere e irraggiare poi in tutti gli aspetti del vivere civile, da quello economico a quello produttivo, da quello culturale a quello solidaristico-sociale.
La crescita nei consensi portò la Lega Lombarda a federarsi con le altre “leghe” presenti nelle regioni del nord Italia, creando così la Lega Nord, con segretario federale sempre Umberto Bossi, e questa presenza fu importante per l’esplosione del fenomeno passato alla storia come “Mani Pulite”, l’immensa inchiesta della Procura di Milano affidata a un pool di magistrati che, indagando a partire da una tangente di poche decine di milioni di lire, scoperchiò un vaso di pandora fatto di corruzione, concussione e diffuso malaffare che coinvolgeva tutti i partiti del panorama politico italiano, terremotandone la stragrande maggioranza, assieme a politici di primissimo piano sino ad allora adulati, temuti e rispettati.
La Lega Nord era un tutt’uno con il suo leader Umberto Bossi, con un gesticolare a volte volgare e un eloquio tutt’altro che raffinato, ma forte di una carica emotiva esaltata dalla voce roca e profonda e da poche ma efficaci idee, bucava lo schermo, faceva parlare di sé riempiendo pagine di quotidiani e periodici, che seppur ostili non potevano fare a meno di farlo attore principe della politica italiana.
I cardini della Lega ruspante delle origini erano la contrapposizione Nord contro Centro-Sud, rimarcando in particolare la differenza di peso e considerazione per quanto riguardava la produzione della ricchezza, l’incidenza della spoliazione fiscale, l’erogazione di contributi pubblici a fondo perso, la provenienza territoriale dei dipendenti e dei funzionari pubblici.
Ma un altro aspetto, non meno importante, era la lotta alla partitocrazia e ad una classe politica gerontocratica, il che significava un secco e netto diniego verso i politici di professione e l’utilizzo della pubblica amministrazione per farne potentati familistici e parentali.
Nel corso dei successivi vent’anni la Lega Nord attraversò varie fasi con alterne fortune elettorali e cambiò diverse volte pelle a seconda che fosse in maggioranza o all’opposizione del governo italiano. Si passò dall’iniziale e generico concetto di autonomia della Lombardia e delle regioni del nord Italia, a un più organico progetto di federalismo (in ciò aiutata dalla presenza di Gianfranco Miglio), dalla volontà di operare una secessione del territorio del nord Italia, ribattezzato “Padania”, al concetto di Lombardo-Veneto, dalla Devolution agli ultimi anni con le proposte di federalismo fiscale, federalismo territoriale, ai costi standard, in una politica di continua attenuazione e delusione degli obiettivi e delle ambizioni iniziali.
L’agonia del partito è iniziata con l’alleanza del 2001 alle politiche nazionali, comprendente Forza Italia, Alleanza Nazionale e Centro Democratico nella coalizione ribattezzata “Casa delle Libertà”, un’alleanza a detta di taluni necessaria per vedere rimpinguate le esanimi casse del partito per iniziative di vario titolo non andate a buon fine, e come non bastasse durante la legislatura sopravvenne l’ictus che colpì il capo indiscusso, Umberto Bossi. Questo accadimento ebbe come conseguenza la creazione del cosiddetto “cerchio magico”, una ristretta èlite di fedelissimi che vicini al capo decidevano le sorti del partito e degli appartenenti al partito. Ed è da qui che è iniziata una lunga guerra sotterranea che negli anni, come un fiume carsico che lentamente scava la roccia, ha portato a lotte intestine dapprima abilmente sottaciute e poi, a seguito delle indagini della magistratura per una gestione dissennata e truffaldina dei soldi del finanziamento pubblico ai partiti, a emergere con virulenza, culminando nella cosiddetta “notte delle scope”, dove Roberto Maroni e i suoi fedelissimi aggregati sotto l’etichetta di “barbari sognanti” presero le redini del partito e iniziarono un’opera di epurazione degli appartenenti al “cerchio magico”.
Fu un rinnovamento di facciata, infatti sono rimasti in auge sia livello nazionale che a livello locale i soliti personaggi della prima ora, prima “bossiani di ferro” poi “maroniani” per convenienza e sopravvivenza politica, in barba alla lotta nei confronti dei “politici di professione”, c’è stato un assopimento delle linee politiche degli esordi, rozze forse, ma semplici, chiare e genuine, per lasciare spazio a “maneggiatori” da Prima Repubblica.
Quello che fu un movimento nato tra la gente per rivendicare attenzione verso gli interessi della gente delle popolazioni del nord Italia, nel volgere di due decenni ha progressivamente perso la sua carica di spontanea genuinità per disgregarsi tra politici salottieri di professione, arrivisti locali, estremisti di destra, perditempo senza arte né parte, ma soprattutto una linea politica “autonomista” sfumata, con poca presa e credibilità tra i cittadini-elettori del proprio territorio di riferimento.
E qui entra in gioco l’azione politica del neo-segretario Salvini, l’altro Matteo, il finto nuovo che avanza, infatti da un quarto di secolo è in Lega Nord e da almeno vent’anni è percettore di emolumenti per incarichi pubblici di vario tipo (consigliere comunale a Milano, Eurodeputato a Bruxelles), che in barba al nuovismo che dovrebbe rappresentare, vanta già un curriculum familistico da politico navigato, infatti l’ex moglie Fabrizia Ieluzzi è stata per quasi dieci anni alle dipendenze del Comune di Milano, assunta a chiamata dal 2003 e confermata più volte prima da Gabriele Albertini e poi da Letizia Moratti, mentre l’attuale compagna Giulia Martinelli è stata assunta sempre a chiamata nella Regione Lombardia a guida Roberto Maroni all’interno dello staff dell’assessore al walfare Maria Cristina Cantù. Alla faccia del familismo da Prima Repubblica!
Ma quel che è peggio, ha trasformato un partito autonomista-indipendentista, in un partito di estrema destra, passando dalla difesa degli interessi dei cittadini della Padania, all’abiura di questo termine per proporsi quale baluardo sull’intero territorio nazionale italiano dall’invasione degli immigrati, dal sogno di una Padania indipendente e mitteleuropea, alla difesa della sovranità italiana dalle pretese di Bruxelles, dalla volontà di essere in un’Europa dei popoli, alla volontà di uscire dall’Euro, allontanarsi dall’Europa all’insegna di una autarchia dal vago sapore di ventennio mussoliniano.
Come se il problema della mancanza di sopravvivenza delle imprese del nord Italia fosse imputabile all’euro e alla Merkel, anziché alla pelosa burocrazia statale, alla spoliazione fiscale che con serrata cadenza quotidiana interessa le imprese, alla farraginosità della magistratura, ad una scuola che non prepara adeguatamente al mondo del lavoro e, più in generale, a un clima culturale di odiosa diffidenza e invidia verso chi lavora e produce ricchezza.
Oggi più nessuno è quello che la storia ha fatto essere, a sinistra si organizzano cene da 1000euro con imprenditori per lisciare loro ben bene il pelo, mentre a destra ci si concentra sullo sgravare gli anziani per quanto riguarda dentiere e operazioni di cateratta, e quello che fu il partito nemico dell’Italia unita tanto da farne tremare le gambe anni addietro, ora si erge a paladino della stessa in funzione anti-immigrati e anti-Europa.
Non c’è più la ruspante passione, la genuina rozzezza, la verginità politico-istituzionale che permetteva anche di commettere errori senza per questo fosse scalfita la fiducia dei cittadini-elettori, il sogno di potersi “autodeterminare” o con un federalismo estremo o con una secessione territoriale nel nome della Padania.
E’ quel che resta della Lega Nord, un contenitore politico che, a parte fungere da ufficio di collocamento per pochi eletti, familiari e affini, non ha più nulla dentro per i cittadini del Nord; tanto varrebbe liquidarla e consegnarla ai libri di storia come l’ennesima incompiuta in un Paese, l’Italia, di per sé somma e contenitore di storie incompiute.


Roberto Locatelli


Tratto da IL SUSSIDIARIO.NET del 23/11/2014
http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2014/11/23/CASO-LEGA-NORD-Il-10-di-voti-con-il-vuoto-intorno/557346/

domenica 9 novembre 2014

RENZI E SALVINI, I "TEO-FIABA" CHE HANNO CONQUISTATO L'ITALIA

Per vent’anni i media ci hanno propinato le gesta tra pubblico e privato dell’ex-cavaliere Silvio Berlusconi, sia come Premier che come capo dell’opposizione parlamentare a governi di centro-sinistra, declinandolo in varie maniere, quali “cavaliere nero”, Silvio “pelvico”, cavalier “bunga-bunga”, in un crescendo di notizie che avevano a che fare più con le vergogne individuali del suddetto piuttosto che con la capacità di mettere in atti legislativi il proprio approccio politico alle problematiche sociali ed economiche del Paese.
Ora che Berlusconi ha da tempo imboccato la parabola discendente della propria influenza e credibilità politica, stampa, radio e televisioni si sono lanciati su colui che ne sta ripercorrendo le orme ma aggiornato ai tempi moderni per linguaggio e comunicazione, ossia Matteo Renzi.
Il finto nuovo che, senza essere votato da alcunché, ricopre il ruolo di Premier e riempie quotidianamente paginate di giornali, ore di telegiornali e comparsate televisive, per poter dar sfoggio della propria arte retorica, guarnita dagli immancabili “selfie” e “tweet”, che lo rendono molto piacione 2.0
Ma ancora non bastava, e così negli ultimi giorni mentre l’informazione diviene bulimica a furia di nominare Matteo Renzi, ecco che un nuovo personaggio politico trova il proscenio mass-mediatico, colui che viene ribattezzato l’altro-Matteo, trattasi di Matteo Salvini.
Salvini ha un unico merito, quello di aver preso tra le mani un partito ridotto al 3% di consensi a livello nazionale e di averlo portato a scalare le percentuali del consenso politico sino a superare la temibile soglia del 4% alle ultime elezioni europee, per giungere al 9% come stimato dagli ultimi sondaggi. Ma questo è tutto.
Renzi e Salvini, il primo è semplicemente Matteo, il secondo è l’altro Matteo.
Vengono dipinti come il nuovo che avanza in politica, sono entrambi nati negli anni Settanta, ma a parte l’età anagrafica di nuovo c’è poco altro, se non nulla.
Renzi fa politica da circa vent’anni, Salvini da un quarto di secolo, entrambi, bontà loro, non hanno mai avuto a che fare con il mondo del lavoro, quello vero, dove si producono beni o servizi utili alla società, dove si lavora per obiettivi, dove capacità e sacrificio sono un tutt’uno al fine del risultato lavorativo, ma hanno sempre avuto la fortuna o la capacità di stare allineati, in scia, a chi contava nei rispettivi partiti, con ossequio e accondiscendenza, affinando l’arte della retorica (declinabile anche come “cianciare a vuoto”, ma facendolo con trasporto e partecipazione per risultare credibili e intelligenti), impreziosendola con ciò che nella nostra moderna società occidentale va più di moda, l’utilizzo dei social network (twitter/facebook) e l’immancabile “selfie”.
Renzi nei pochi anni nei quali è assurto all’attenzione mediatica è stato in grado di dispensare dichiarazioni su tutto e il contrario di tutto, sempre palesando la stessa protervia, sempre con tracotanza, con insofferenza verso quei pochi che gli facevano notare contraddizioni e limiti (evidenti!) nei suoi ragionamenti e ancor più nei suoi atti politici. La credibilità come persona l’ha perduta mesi addietro con l’hashtag #Enricostaisereno, a seguito del quale diede poi una spallata al collega di partito per sedersi sulla poltrona di Premier, mentre quella politica trova il suo apogeo con la questione dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, questione irrilevante nella trattazione delle problematiche legate al mondo del lavoro per il Matteo Renzi del 2012, mentre di vitale importanza per il Matteo Renzi del 2014 nell’approvazione del suo Job Act. Ondivago come il più subdolo e navigato dei politici politicanti, non ha preparazione né professionalità in nessun campo dell’intelletto umano, si riserva volta per volta di dichiarare ciò che più lo può mettere in una buona luce mediatica mentre per il “fare” c’è tempo; d’altronde si dice che c’è più tempo che vita!
Salvini ha politicamente galleggiato nella Lega Nord per un quarto di secolo, è stato “bossiano di ferro” quando Bossi era il capo assoluto e indiscusso leader della Lega Nord, nonostante il legame con Berlusconi che provocava continui e persistenti mal di pancia tra la base leghista, è divenuto un “barbaro sognante maroniano” quando larga parte della dirigenza rimasta in disparte rispetto alla ristretta èlite decisionista denominata “cerchio magico”, decise di scalare la vetta del partito.
Senza dimenticare che è stato un componente dei Comunisti Padani quando nel 1997 la Lega Nord promosse l’elezione del Parlamento Padano in un’ottica d’indipendenza della Padania, salvo poi, nel corso del 2014 da leader del partito, stringere alleanza con l’estrema destra francese di Marine Le Pen alle ultime elezioni europee, e aver accettato che sfilassero anche gli esteremisti di destra di CasaPound all’ultima manifestazione contro l’immigrazione clandestina.
Non solo, è passato dal concetto di un partito che lottava per l’indipendenza della Padania con funzione secessionistica dall’Italia, ad un partito che vuole mettere radici al Sud con argomentazioni anti-Europa e anti-Euro, proprio mentre i maggiori partiti secessionistici d’Europa (catalani e scozzesi) lottano contro i rispettivi Stati centrali coniugando l’approccio anti-centralismo statuale con un’ottica filo-europea. Anche in questo caso la politica è ondivaga, senza un tracciato intellettualmente coerente.
Se qualcuno nutre speranze sui due finti giovani della politica italiana è bene che si ravveda per tempo, prima di accorgersi, magari anche in questo caso dopo un ventennio, che era tutto fumo e niente arrosto, che oltre all’immagine e alla retorica, ci sono poche idee ma confuse, e soprattutto nessun retroterra culturale che faccia da base alle proposte politico-legislative, ma una continua rincorsa a “flirtare” mediaticamente per compiacersi una base elettorale sempre più ridotta ma ancora capace di ingannarsi…come fosse la prima volta.

P.S.
Quando ero adolescente nella nostra compagnia c’era un amico che aveva una qualità inarrivabile, quella di spararla sistematicamente grossa, neanche a farlo apposta si chiamava Matteo, e proprio per questo gli venne affibbiato l’appellativo di “Teo-fiaba”.
Credo che le rispettive (curvi-)linee politiche di questi due giovani e già vecchi mestieranti si possano proprio bollare come le politiche dei due Teo-fiaba!


Roberto Locatelli

Tratto da IL SUSSIDIARIO.NET del 09/11/2014
http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2014/11/9/SPILLO-Renzi-e-Salvini-i-Teo-fiaba-che-hanno-conquistato-l-Italia/552011/